Alla ricerca del “Genitore”

Quest’articolo non è il risultato di uno studio di osservazione professionale ma, scaturisce da considerazioni fatte nell’ambito personale, su me stessa e da conversazioni, sempre non professionali, con persone che stavano condividendo momenti simili al mio.

Mi è capitato di aver subito in pochi anni due diversi interventi chirurgici, dalla valenza completamente diversa. Il primo nasceva come un eccesso di indagine proprio per questo avrebbe potuto non rimanere tale o avrebbe potuto essere mutilante in varia misura. Soprattutto il risultato dell’esame di laboratorio avrebbe potuto avere significati anche mortali.

Il secondo aveva solo lo scopo di restaurare un arto, non potevano esserci risvolti drammatici.

La differenza tra i due interventi dal punto di vista psicologico è stata enorme. Mi sono chiesta perché, ho parlato con altre persone ( ripeto libere conversazioni senza nessuna idea di creare uno studio in merito) e ho capito dove stava la differenza.

Nel primo intervento, nel momento stesso in cui sono entrata in ospedale per parlare con il chirurgo, mi sono sentita presa in carico da una figura forte oltre che competente. Questa sensazione è stata rafforzata al momento del ricovero, tutto del piccolo reparto trasmetteva sicurezza.

Quando ci si ammala, specie se bisogna spostarsi in ospedale, si verifica una regressione. Il bambino che è in noi riaffiora in modo prepotente e vuole quello che vogliono tutti i bambini “essere rassicurati”. Ritornare a quei momenti magici dell’infanzia quando i genitori a casa davano il senso che, anche se eravamo ammalati, non ci potesse succedere nulla di male..

Io non ero la sola a dover essere operata e la sera prima eravamo tutte li a parlare, non voglio sostenere che non eravamo preoccupate, lo eravamo tutte ma, ci sentivamo sicure che si sarebbero presi buona cura di noi, quindi la mia impressione di essere nel posto giusto e nelle mani di persone competenti, era condivisa.

Piccole sfumature come la presentazione, da parte del chirurgo, di tutta l’equipe, un atteggiamento leggero ma non superficiale, in sala operatoria, hanno fatto la differenza.

Il secondo intervento, che di per se non aveva grossi significati, mi ha lasciata smarrita. Un senso di “ io speriamo che me la cavo”. Era come se non ci fosse nessuno che si prendesse cura di me, nel senso di accogliere le mie ansie e le mie perplessità e spavento rispetto al dolore fisico enorme del post- operatorio.

Praticamente è mancata la figura Genitoriale rassicurante, quella alla quale ci si può appoggiare sicuri che capirà. Certo è una funzione che può svolgere un familiare o un amico ma non è la stessa cosa. Un familiare ti può consolare e volendo rassicurare eppure dentro restano delle remore a lasciarci andare e continuiamo a pensare che poi lui che ne sa.

La malattia fa affiorare in modo molto forte il Bambino dentro di noi ed i bambini necessitano dei genitori.

Chi può svolgere questa importante funzione Genitoriale?

In molti casi il medico stesso che si sta occupando dell’aspetto fisiologico può avere verso il paziente quell’aspetto Genitoriale che fa sentire il paziente accolto compreso. Come un bambino che si spinge in alto sull’altalena perché sa che giu c’è il genitore che lo prenderà.

Questo è quello che sarebbe potuto bastare a me ed altri come me che vive da solo lo smarrimento di un intervento, non indifferente, ma non da risvolti drammatici.

Ovviamente alcuni medici posseggono da soli questo livello di empatia ma, non dovrebbe essere lasciato al caso.

Il medico può essere un Adulto professionalmente molto competente e non essere in grado di essere anche un Genitore in gradi di reggere l’ansia del paziente.

Allora qual è lo scopo si questo articolo.

Quello di dare una maggiore attenzione all’aspetto psicologico legato all’essere ammalati, sia sollecitando la sensibilità dei medici a curare loro stessi quest’aspetto sia rendendo la figura dello psicologo, spesso in attesa di essere convocato, una presenza attiva che accompagni all’empatia più materna una capacità più paterna di trasmettere “io ci sono” e posso accogliere le tue ansie e paure.

Io qui non sto parlando di malattie gravi, con risvolti traumatici o mortali, per le quali si recepita di più la necessità di un sostegno per il paziente e per i familiari, sto parlando di malattie con decorso breve e positivo, sto parlando di post operatori dolorosi e perché trascurare l’ansia della sera precedente l’intervento?.

Se una volta superato l’evento, stiamo ancora male al solo pensarci è importante chiedere aiuto a dei professionisti, perché vuol dire che c’è un trauma del quale è utile occuparsene, piuttosto che giocare a io “sono forte”, io “non ho bisogno di nessuno”.

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